Il 1972 rappresenta per Somalvico un momento di profonda crisi espressiva, ma al tempo stesso l’inizio di una nuova e significativa stagione creativa. Progressivamente abbandonata la figurazione, l’artista si avvicina alla ricerca informale, orientando la propria indagine verso una dimensione in cui il gesto, la materia e la superficie diventano protagonisti assoluti dell’opera.
La figura si dissolve, lasciando spazio a un linguaggio svincolato dalla rappresentazione, nel quale la pittura si afferma attraverso la propria consistenza fisica e la forza espressiva del segno.
Inizia così una sperimentazione che coinvolge supporti eterogenei, dalla tavola al cartone pressato, fino al ruvido tessuto di juta. Alla materia pittorica vengono incorporati elementi estranei alla tradizione propriamente pittorica, quali stucco, gesso, polvere di marmo e colle viniliche, dando vita a impasti densi e stratificati.
La superficie si trasforma progressivamente in una sorta di bassorilievo, uno spazio plastico e vibrante sul quale la luce si posa, scivola e si infrange, facendo emergere una trama di solchi, incisioni, graffi e bruciature. La materia non è più un semplice mezzo espressivo, ma diventa essa stessa linguaggio, memoria del gesto e luogo di una continua tensione tra costruzione e disgregazione.